I casi più emblematici di frode

Secondo quanto dichiarato dall’Agenzia delle Entrate, sono circa 82.000 i ristori bloccati a causa di “anomalie” rilevate in seno ai controlli preventivi, per un totale di circa 245 milioni di euro. Sono emerse fattispecie borderline per motivi puramente interpretativi o di natura tecnica, ma anche, sciaguratamente, dei veri e propri meccanismi di frode elaborati per aumentare l’entità del ristoro (talvolta con stratagemmi piuttosto banali da rinvenire per un sistema integrato di controlli come quello messo in piedi dall’Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza).

Emblematico il caso di alcuni richiedenti il beneficio che aderivano al regime della mini flat tax al 15% e che poi, “improvvisamente”, nella primavera 2019 sono riusciti a generare un volume d’affari tale da superare 1 milione di euro aspirando, quindi, a un sostanzioso contributo da 150.000 euro.

Le avvisaglie, su fattispecie analoghe, sono state talmente evidenti che l’Agenzia delle Entrate, approfondendo i controlli, ha, per ora, facilmente identificato centinaia di casi assimilabili a quello appena descritto. Al fine di rendere più sostanzioso l’indennizzo, alcuni richiedenti hanno tentato anche l’azzardata via di retrodatare le fatture con l’obiettivo di aumentare il fatturato di aprile. Il Fisco, nella stragrande maggioranza dei casi, incrociando i dati, è facilmente riuscito a bloccare i ristori ancor prima che questi finissero indebitamente, in automatico, nel conto corrente di chi non aveva maturato il diritto al beneficio.

Centinaia di frodi sono stati individuate anche attraverso le indagini a posteriori della Guardia di Finanza , ovvero, quando le somme erano già state erogate facendo scattare, quindi, le successive operazioni di recupero dell’indennizzo. Si contano, secondo le stime diffuse, circa 40.000 domande bloccate perché non in regola con la documentazione presentata e altre 25.000, invece, perché i dati contenuti nell’istanza non collimano con quelli segnalati, prima dello scoppio della pandemia, dalle imprese all’Agenzia delle Entrate.

Non solo frodi: blocchi e rischio sanzioni anche a causa della normativa lacunosa

Sul possibile riconoscimento, alle imprese in difficoltà, del contributo a fondo perduto, l’Agenzia delle Entrate si è arroccata, ad esempio, su interpretazioni talvolta decisamente restrittive, ha precisato, infatti, che non possono fruire del contributo le imprese la cui fase di liquidazione era già avviata al 31 gennaio 2020. Sono, invece, inclusi nell’ambito applicativo della norma i soggetti con liquidazione avviata successivamente alla stessa data. Il 31 gennaio 2020 ha assunto, quindi, rilevanza di spartiacque anche se permane, tuttavia, la questione riguardante le tante imprese che, nelle more degli interventi interpretativi dell’Agenzia, hanno avuto accesso al contributo maturando, poi, conseguenti timori rispetto a un potenziale recupero del contributo.

Particolarmente dibattuto il caso di un esercente di un’impresa di ristorazione che ha cessato l’attività nel giugno 2020, mantenendo comunque “aperta” la partita IVA, fiducioso comunque di poter superare i danni causati dalla pandemia economica. Nel mese di novembre, pur non svolgendo alcuna attività, l’esercente ha ricevuto il contributo a fondo perduto pari al 200% di quanto ricevuto in primavera. Successivamente la compagine sociale, scoraggiata dall’andamento epidemiologico e dalle restrizioni, ha deciso di cancellare la società senza procedere con la fase di liquidazione. A tal riguardo il tenore letterale della norma potrebbe fare intendere che, non essendo stata comunicata formalmente la cessazione dell’attività, l’esercente sia legittimato a percepire l’indennizzo. L’art. 1, comma 6, D.L. n. 137/2020 sancisce, infatti, che “il contributo non spetta, in ogni caso, ai soggetti la cui partita IVA risulti cessata alla data di presentazione dell’istanza”. È del tutto evidente, però, che l’Agenzia potrebbe anche supporre che la partita IVA sia stata tenuta attiva strumentalmente ” e, quindi, procedere rilevando addirittura profili di abuso del diritto.

Collegamento tra ristori, sede e andamento cromatico delle Regioni

Altra fattispecie, sulla quale autorevoli esperti hanno puntato i riflettori, riguarda la confusione che è sorta in relazione al collegamento tra ristori, sede e andamento cromatico delle Regioni.

In questi giorni l’Agenzia delle Entrate ha reso noto ad alcuni dei richiedenti che l’istanza di agevolazione ha avuto esito negativo con la seguente motivazione :

“Erogazione automatica maggiorazione zone rosse – non effettuata per domicilio non appartenente alla regione per la quale sono previsti i ristori”.

Il diniego, in alcune circostanze corretto, sta coinvolgendo però anche numerosi imprenditori che avrebbero pienamente diritto al contributo poiché, pur avendo sede legale ubicata in regioni colorate di giallo o arancio, presentano una o più sedi operative anche in zona rossa . La misura prevede, infatti, che il contributo a fondo perduto sia riconosciuto ai soggetti che “hanno il domicilio fiscale o la sede operativa nelle aree del territorio nazionale, caratterizzate da uno scenario di massima gravità e da un livello di rischio alto ai sensi dell’articolo 3 del D.P.C.M. 3 novembre 2020”.

Le motivazioni del diniego, pertanto, in questa ipotesi sono (si spera) connesse ai limiti tecnici legati alla procedura automatizzata che non consentono di esplodere la casistica chiarendo la fattispecie in esame. In questi casi, da più parti, è stato suggerito di procedere in autotutela allegando una visura camerale che ponga, in tutta evidenza, l’ubicazione della sede operativa in zona ad alto rischio.

Quali rischi si corrono

 I rischi per chi tenta la frode sugli indennizzi sono piuttosto gravi anche sotto il profilo della responsabilità penale, perché l’art. 25, comma 14, D.L. n. 34/2020 e il successivo provvedimento attuativo stabiliscono che, in caso di indebita percezione del contributo, si applicano le disposizioni dell’art. 316-ter c.p. (indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato).

In particolare, in base a quest’ultima norma, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni .

Nelle ipotesi in cui gli importi indebitamente percepiti sono pari o inferiori a 4.000 euro si applica “soltanto” la sanzione amministrativa con obbligo di corresponsione di una somma da 5.164 a 25.822 euro: tale sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito.

10/02/2021